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…….”A Pratola il rapporto con la strada influiva beneficamente sia sugli aspetti economici e sociali che sul vissuto quotidiano degli abitanti. Il traffico commerciale si faceva sempre più intenso ed era un continuo passare di carrozze, carri (traìni) e animali in viaggio tra Napoli e le Puglie. Per il paese passavano in media ogni giorno oltre 700 carretti e 80 carrozze, con 1100 viaggiatori e 2500 bestie da tiro. Il paese stava diventando più vivace nella sua articolazione sociale ed economica. Direttamente legato al commercio di transito di negozianti e trainieri, cominciò a diffondersi, infatti, anche un ceto artigianale dedito alla fabbricazione di bardature, finimenti e selle per gli animali, di mantici per le carrozze, di mobili, sedie e pentolame per l’arredamento delle nuove case. Oltre ai molinari, ai pastari e ai maccaronari, operavano in paese pellari, secchiari, ferrari, maniscalchi, falegnami, scarpari. Permanevano sempre solide le attività di sfarinatura dei grani pugliesi destinati all’approvvigionamento di Napoli con la connessa lavorazione della pasta a mano. Grano e vino erano i due principali prodotti di trasformazione e di scambio. Cominciavano a sorgere i primi mercati settimanali e le fiere stagionali, Contemporaneamente si affermava una borghesia commerciale e industriale vivace e avida, a cui l’abbandono delle strutture produttive da parte del feudatario offriva più ampie possibilità di sviluppo. Si può dire che a Pratola il vecchio ceto fondiario e la nuova borghesia mercantile assicu-ravano un perfetto equilibrio agrario e commerciale. Gli ultimi signori di Montemiletto continuarono a esser presenti nella cittadina, comprando e fittando tra il 1818 e il 1830 case e terreni privati e demaniali. Ma la dinastia era al declino, l’abolizione della feudalità aveva sancito l’abbandono delle principali strutture produttive, anche se i Di Tocco continuavano a gestire direttamente, ma ancora per poco, la cartiera giù al ponte. Il Principe di Montemiletto, colpito prima dall’abolizione della feudalità operata nel decennio francese e poi dalla stessa politica borbonica, mirante a non ripristinare i poteri feudali, lasciò via libera alle poche famiglie a lui fedeli e venne così affermandosi un ceto di proprietari terrieri costituito non solo da ex agenti ed erari, ma anche da semplici massari e fittavoli, che dalla gestione e dall’amministrazione dell’azienda feudale trassero enormi vantaggi. Nel giro di pochi decenni costoro riuscirono ad accumulare notevoli patrimoni fondiari, spesso acquistati in modo fraudolento, talvolta con la complicità di amministratori corrotti. A Pratola i Piscopo divennero via via proprietari di territori che si esten-devano dalla riva destra del fiume fino al Passo della Serra, a San Michele, a Montefalcione e a Serra. Ogni forma di sviluppo urbanistico, fino a poco tempo fa, è stata condizionata da questa famiglia e da qualche altro proprietario terriero, dovendo sia il privato che la pubblica amministra-zione sottostare alle esose richieste imposte sui prezzi delle aree fabbricabili, o anche ai loro rifiuti di cedere un determinato terreno. Nel 1835, a spese del Comune, iniziarono i lavori di riparazione della tettoia e del pericolante campanile dell’Addolorata che, eseguiti dalla Ditta Antonio Ciampa, furono ultimati nel luglio del 1846, con l’installazione dell’orologio civico costruito dallo specialista Adamo Nastri di Lancusi. Già nel 1828 c’era stato il cambio delle due campane perché, essendo cresciuto il paese, i rintocchi non venivano sentiti dagli abitanti della campagna. La campana grande, di proprietà del principe Francesco Di Tocco Cantelmo Stuart, venne realizzata dalla Ditta Megola di Napoli, col baratto della vecchia che si era rotta e con l’obbligo di incidere con perfezione sulla nuova l’armi e l’emblema della famiglia del principe. Dal 1832, con la morte del parroco Di Lelio, si verificò una lunga vacanza nella provvista della parrocchia e ci furono, da parte dei naturali di Pratola, continue sollecitazioni rivolte al Ministero degli Affari Ecclesiastici e ai due vescovi di Avellino e di Benevento ai quali, per una convenzione del luglio 1794, era dato di provvedere alternativamente alla nomina del curato. In effetti però, l’ex feudatario di Montemiletto aveva ancora continuato ad esercitare il diritto di nomina e solo nell’ottobre del 1847, finalmente, il patronato ex feudale fu reintegrato alla Real Corona. Il vescovo di Avellino, comunque, richiamò alla sua “isolata giurisdizione la sua figlianìa che in Pratola era per due terzi di più di quella appartenente alla diocesi di Benevento e propose di affidarla, come fu per lo innanzi pria, ad un Vicario Curato perpetuo nella dipendenza dell’Arciprete di Serra, installandolo provvisoriamente in una Chiesetta che è nel perimetro di sua giurisdizione (chiesa di S. Anna), previa la Real nomina”. Vicario Curato fu nominato don Domenico Polcari; a Serra celebrava il sacerdote don Ludovico D’Onofrio. Si ricorda, il 12 giugno 1850, la prima Visita alla Ecclesia Rectoralis Pratulae dell’arcivescovo di Benevento cardinale Carafa, che amministrò i sacramenti agli infermi. Il 25 maggio 1850 fu deliberata la costruzione di un acquedotto sulla Via Consolare, dalla chiavica innanzi al magazzino degli eredi del fu don Luigi Iennaco all’abitazione di Benedetto Silano, perché un canale senza scolo creava condizioni malsane e impediva il transito delle vetture. Il 20 settembre stesso anno, per la prima volta il sindaco avanzava la proposta di costruire una casa comunale, ma si preferì tenere in fitto un locale, non essendovi alcuno spiazzo né case da alienare in posizione centrale. Le attività produttive incrementavano anche lo sviluppo demografico. Nel 1845 Pratola contava 1584 abitanti, circa 440 più del 1813, Serra 495. Undici anni dopo, nel 1856, gli abitanti di Pratola salirono al numero di 1950, di contro ai 193 di Serra. La descrizione della situazione socio-economica del paese non deve però trarre in inganno. Se è vero che, rispetto alle realtà urbane circostanti, l’antico casale aveva assunto una dimensione più attiva, con un più ampio raggio di possibilità occupazionali, è altrettanto vero che la gran massa dei cittadini viveva in stato di dipendenza e di subordinazione rispetto ai ricchi terrieri e commercianti. A dimostrazione di come latente ma viva fosse l’avversione della gente nei riguardi dei cosiddetti gentiluomini c’è un fatto di sangue avvenuto nella frazione San Michele nel 1852, vittima il nobile don Filippo Iannaco, detto don Filippetto il signorino, già sindaco dal 1840 al 1845, scapolo perditempo, cui piaceva andare in giro con il suo cavallo a conquistare cuori di ragazze o a lanciar loro apprezzamenti un po’ spinti e non sempre graditi. Gli capitò molto male il giorno in cui, bighellonando nella zona del Bosco Cavaliere, in località Coccia Cavallo, incontrò poco distante da una masseria la bella fanciulla Lucia Petruzziello, che spensieratamente stendeva al sole i panni appena lavati. Un ardito e provocatorio omaggio alla bocca piacente della fanciulla arrivò a conoscenza dei sette fratelli Petruzziello i quali, qualche giorno dopo, era la tarda sera dell’8 febbraio, attesero che don Filippetto passasse nei pressi del pozzo nuovo, nella curva a gomito che dal camposanto gira verso la salita di San Michele e, con una fucilata, gli tolsero per sempre il divertimento delle sue campagnole caval-cate. Fu il cavallo che, tornato solo in paese, fece presagire alla famiglia l’accaduto. Erano tempi in cui l’organizzazione urbana era scadente, l’ordine pubblico lasciava a desiderare e le strutture igienico-sanitarie erano inesistenti. E ogni tanto, purtroppo, comparivano le epidemie che, con i terremoti, puntualmente e con triste frequenza, si presentavano a sconvolgere la nostra terra inquieta. Negli anni 1816-17 aveva imperversato il tifo, nel 1836-37 il colera, nel 1854 arrivò un’epidemia di vaiolo. Quanto ai terremoti, quello del Molise del 1805 procurò lesioni rilevantissime agli edifici di Montefalcione, Serra e Pratola. Il sisma del 14 agosto 1851, che distrusse il Vùlture e Melfi, colpì anche Avellino, mentre la città stava vivendo la vigilia della Festa dell’Assunta. In quell’occasione Re Ferdinando II, di ritorno da Melfi e Lacedonia, dove si era recato per portare sollievo ai terremotati, passò per Pratola e si fermò ad Avellino. Due anni dopo, nell’aprile del 1853, una nuova disastrosa scossa colpì l’Alta Irpinia, ma anche Avellino e dintorni subirono danni rilevanti. E ancora nel dicembre del 1857, Avellino e parte della provincia si trovarono nel mezzo di un ennesimo disastroso terremoto che, a Salerno, fece oltre 12 mila vittime. Molto alto era l’indice di mortalità, dovuto soprattutto alle ricorrenti epidemie e ai contagi provocati dalle disastrose condizioni igieniche. Nel 1853 ci furono ben 100 decessi, di cui 60 riguardavano bambini inferiori ai 4 anni, e l’anno successivo si arrivò al numero di 111. Da rilevare, nel 1853, la morte avvenuta a 91 anni del notaio don Giuseppe Piscopo, che venne sepolto nella gentilizia cappella di famiglia, dove venivano inumati anche esponenti delle nobili famiglie dei Grillo e degli Iannaco. Alle tante sciagure spesso si aggiungevano pure le alluvioni dei fiumi, che certamente non arrecavano benefici, e anche una malattia delle uve causò tra il 1851-52 danni al commercio dei vini. In quegli anni, tuttavia, ci fu un evento di grande importanza costituito dall’introduzione nella alimentazione umana della patata che, arrivata in Europa negli ultimi anni del Settecento, si affermò pienamente nel Meridione solo a metà dell’800. I disastri naturali, le preoccupazioni del lavoro e l’arretratezza culturale lasciavano poco spazio e niente voglia di prestare attenzione o di parte-cipare alle vicende politiche, di fronte alle quali gli abitanti di Pratola rimasero sostanzialmente spettatori disinteressati. Di ciò che succedeva nella capitale e in altre parti del Regno si veniva a sapere in modo più diretto solo attraverso il passaggio in paese delle catene di condannati portati nel carcere borbonico di Montefusco. Nemmeno gli avvenimenti del 1848 (prima guerra d’indipendenza, concessione della Costituzione a Napoli, entusiasmi suscitati da Pio IX) produssero nella provincia irpina forme di particolare contagio, né gli intellettuali liberali, chiusi nei loro circoli, esercitavano influenza sulle masse popolari, che vissero solo di riflesso gli eventi risorgimentali. Le condanne e gli esili del 1821 costituivano un ricordo bruciante, “per cui la partecipazione di Avellino ai successivi moti del ‘48 non fu assolutamente paragonabile a quella del 1820… Ma anche allora la reazione colpì la borghesia cittadina, con gli ergastoli politici di Montefusco e Monte-sarchio, gli Spielberg irpini, in cui furono rinchiuse le vittime del ’48, da Pironti a Poerio a Nisco” . Questa assenza di sensibilità può spiegare anche la mancata risposta delle masse meridionali agli appelli dei patrioti mazziniani. Ci avevano provato, invano, i fratelli Bandiera nel 1844, fallirono allo stesso modo i trecento di Carlo Pisacane nel 1857. Nelle condizioni di miseria e di analfabetismo in cui versavano, le masse contadine non potevano certo intendere quelle sollecitazioni rivoluzionarie. L’eroica e sfortunata impresa di Pisacane, che sognò la rivoluzione come riscatto politico e rivendicazione sociale, si svolse il 1° luglio del 1857. Come fu per Murat a Pizzo Calabro, anche a Sapri, dove l’eroe “con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro” aveva tentato di sollevare le folle contro i Borboni, i contadini volsero le spalle e il patriota si uccise con un colpo di pistola. Il suo corpo, con quelli dei compagni, riposa nella Chiesa della SS. Annunziata di Padula. Da segnalare il doppio passaggio (andata e ritorno) per Pratola, nel gennaio del 1859, del re Ferdinando II che, con la famiglia e il seguito, si era recato a Bari per incontrare la nuora Maria Luisa di Baviera, che il figlio Francesco aveva sposato per procura. Maria Luisa era sorella di Elisabetta, la romantica Sissi sposa di Francesco Giuseppe d’Austria. Pochi giorni dopo il ritorno a Napoli, re Ferdinando morì e gli successe il figlio Francesco II”. |
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