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ZIA CHIARA, LA GRANDE TAVERNAIA Zia Chiara era una grande donna: quando parlava lei parlava un paese. Occupava lo spazio di dieci donne. Era il fulcro della taverna ,il suo mettersi in evidenza non derivava dalla sua sensualità, essendo una donna procace, ma dal suo fascino,dalla sua parola: aveva in se la nobiltà della grande tavernaia.’ Il suo essere ospitale, ma allo stesso tempo riservata, può essere descritto con poche parole: zia Chiara serviva ma non era servile. Aveva il senso pratico della vita, mostrava un grande orgoglio per il paese; quando arrivava una persona nella sua taverna zia Chiara chiedeva subito di cosa avesse bisogno facendo una pubblicità’ agli artigiani di Pratola proprio per far accrescere l’importanza del paese. Passando davanti la taverna era impossibile non fermarsi perché’ il profumo che si sentiva era davvero invitante. Qualche volta sono entrato in questa locanda ed era bello vedere questa donna alta, forse perché ero piccolo, nella sua maestosità, dispensare consigli e pietanze sempre con molto garbo, con molta dignità. A Pratola si preparavano le conserve, ed anche zia Chiara prendeva questi pomodori e li metteva nella cosiddetta “spasella”, un pezzo di legno con i bordi dove si mettevano questi pomodori fino a farli diventare un impasto; la sua abilità stava proprio nel togliere questi pomodori al punto giusto in modo da non renderli acidi e nel saper miscelare tutti gli ingredienti per avere una pietanza speciale: a tutti quelli che chiedevano segreti sulle sue pietanze lei rispondeva con delle vocali lasciando, a chi le stava di fronte, una risposta enigmatica ma allo stesso tempo significativa: la sua magia stava proprio nella capacità di far pensare le persone attraverso le vocali, il loro suono prolungato poteva essere interpretato a secondo dei casi come un’affermazione o una negazione, un complimento o un rimprovero: in nessun film abbiamo visto una tavernaia che con le sue vocali mette in ginocchio il mondo e lo fa pensare. Quello che deve farci riflettere è l’importanza sociale di queste semplici figure ma grandissime persone: pensiamo a tutte quelle persone che fermandosi a Pratola nelle taverne, hanno avuto un’ospitalità così bella, pensiamo a che bei ricordi del nostro paese hanno conservato. Tutto questo grazie a zia Chiara.
ORAZIO, L’ ORTOLA E I TESORI NASCOSTI DI PRATOLA Sono sicuro: Orazio è passato per Pratola. Percorrendo la via Appia che portava a Venosa passando per Benevento ha trascorso la notte proprio nel nostro paese, fermandosi in una delle taverne per mangiare gli uccellini alla fiamma. La via Appia passava dove oggi c’è la via orti ( l’ortola per noi di Pratola), quindi il grande poeta sicuramente avrà attraversato Pratola nel suo viaggio verso Canosa. Documenti ufficiali a riguardo non c’è ne sono, tuttavia la presenza di tante locande faceva di Pratola una tappa obbligatoria per chi voleva ristorarsi. Tralasciando gli aspetti leggendari della via Orti, quello che è interessante sapere è la presenza di famiglie molto ricche che abitavano in questa strada: molti anni fa in uno squarcio di un muro della casa di zio Antonio Piscopo abbiamo trovato una “pignatta” murata, un’anfora in cui venivano nascosti dei preziosi da prendere in caso di fuga immediata; la presenza di una “pignatta” murata deve farci riflettere a riguardo di chi potesse essere quella famiglia tanto ricca da poter murare un tesoro. Tutto questo per dire che a Pratola c’era una certa solidità economica come pure lo testimoniano la presenza di numerosi pozzi:” i pozzi sono una cosa importante, grazie a loro è stato possibile realizzare orti bellissimi e quelli di Pratola erano davvero eccezionali.” Ma di tesori c’è ne sono tanti da noi: si pensi alle tombe trovate sul casale dei Piscopi ( o’ casino ) e, in particolar modo , alla tomba contenente un guerriero con corazza bronzo-rame; la tomba era fatta in modo particolare: il rivestimento era a blocchi di tufo e la testa del guerriero poggiava su di un cuscino anch’esso di tufo; sembra che questo tipo di tombe sia di origine Sannita. Quindi, indipendentemente dal tipo di tomba ritrovata, possiamo ritenere che a Pratola c’era una comunità ben radicata su cui sono state dette poche cose e di cui si sa ben poco; che si trattava di una comunità lo dimostra il modo in cui è stato sepolto il guerriero: la costruzione della sua tomba non poteva essere il frutto di una sepoltura occasionale ma era la testimonianza di un culto religioso ben sviluppato. Altre testimonianze le possiamo raccogliere verso la zona della cosiddetta “casa dell’orco”, un dolmen risalente a molti secoli prima di Cristo: ebbene in quella zona abbiamo raccolto molta selce che nel periodo dei dolmen era equivalente all’oro per la sua importanza. Con la selce, infatti, si potevano costruire armi molto taglienti; questo minerale poteva essere usato come merce di scambio e tante altre cose. Allora c’è da riflettere su queste cose che sono le nostre origini e di cui, ripeto, sappiamo ancora poco. C’è da riflettere sul perché queste cose non sono venute fuori prima; è curioso come il mio amico Giovanni Troisi (detto chichione) sapeva dell’esistenza di una città sotterranea chiamata S. Giovanni nei pressi del casino dei Piscopo ben mezzo secolo prima che venisse fuori in seguito al terremoto del 1980. In conclusione, dobbiamo chiederci se vogliamo continuare la ricerca delle nostre origini; se la risposta è affermativa allora è bene continuare a cercare nei posti dove ci sono dei segni altrimenti lasciamo perdere tutto anche le nostre radici.
RICORDI DI GUERRA. Personalmente non ho vissuto la guerra a Pratola poiché ero soldato. Tornai a piedi da Catanzaro e, giunto sulla serra, chiesi notizie del mio paese ;mi dissero che era stata colpita e che c’erano dei morti della famiglia Leone. Poiché le uniche famiglie in questione erano quella mia e quella di zio Angelo, si può comprendere lo stato d’animo con cui percorsi gli ultimi chilometri. Ma, lasciando alla memoria questi tristi ricordi, voglio raccontare di un episodio avvenuto nel nostro paese quando oramai la guerra stava per finire e tutto stava per ritornare alla normalità. Si tratta di un episodio molto divertente che fan capire lo spirito di noi pratolani. “Verso la fine della guerra, incominciarono ad arrivare a Pratola camion americani che trasportavano prostitute ( le ‘ndroscie come venivano chiamate da noi). Questo fatto dava molto fastidio ai pratolani, perché credevano in certi princìpi fortemente radicati nelle nostre terre; sicché, ogni volta che passavano gli americani c’erano sempre delle contestazioni. Per evitare ciò, i militari, adottarono uno stratagemma : arrivati a Pratola coprivano le donne con delle coperte. Un giorno si fermarono davanti alla fontana dove c’era un negozio di alimentari; il mio amico Antonio si avvicinò a questo camion ed intravide dei fondi schiena nascosti sotto le coperte: prese una frusta per cavalli ( scurriato, come lo chiamiamo a Pratola ) e diede un colpo secco su questa povera donna. Dal camion si levarono urla e tutte le donne vennero fuori: ci fu una parapiglia , una sorta di scenata alla fiorentina dove tutti i pratolani si ribellarono contro gli stranieri non tanto perché feriti nella morale quanto perché fatti “fessi” per chi sa quanto tempo con il trucco delle coperte: anche gli americani provarono a loro spese il famoso detto :”puozzi passa’ pa’ a ’ Pratola”.
LA FIUMARA Ogni volta che mi si chiede cosa c’era di bello a Pratola tanti anni fa, immediatamente rispondo: la fiumara. Era il posto dove le lavandaie andavano a lavare i loro panni; può sembrare strano, ma l’emozione di vedere tante massaie umili ma capaci nelle loro faccende era molta; la gioia che loro davano la si poteva identificare con i panni sporchi che venivano calati in acqua, la colata di cenere che serviva a togliere lo sporco , il loro contrasto con il verde della nostra terra era uno spettacolo senza paragoni. Cose che oggi non ci sono più ma che non vanno dimenticate perché fanno parte della nostra tradizione. |
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