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il Regno di Napoli

 

 

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Anche i Tocco concedono a censo moltissimi territori feudali nell'Università di Gastel di Serra e nel casale di Pratola. Ferdinando Dato di Serra ebbe a censo un territorio di 10 tomoli in località Cardogneta (1706); Pietro Pasquariello ebbe una casa e 3 tomoli di terreno (1708); a D. Musto fu concesso un territorio alla Tufara; a Savino Bavaro un territorio di 19 tomoli per 10 ducati di censo; a D. Dato un territorio per 3 carlini; a Dom. KTigro, pure di Serra, un territorio di 4 tomoli a censo per 24 carlini all'anno; a Nicola Sellitto 8 tomoli di terreno; a S. Chioccariello 7 tomoli; a Modestino Dragonetti 4 tomoli; a Modestino de Martino, pure di Serra, 7 tomoli di terreno; ad A. Capone un territorio di 5 tomoli per 32 carlini di censo annuo in località Ponte (Ponte Sabato); a F. Musto un territorio di 22 tomoli in località le Macchie; a Pietro e Silvestre Pece, di Prata ma abitanti in Serra, 30 tomoli di terreno; ad A. Pagliuca un territorio nel lenimento del Castello di Serra, località Cardogneta (Pratola); a M- Giordano, di Serra, del terreno e una casa a censo nel casale di Pratola; a F. Dato un terreno nella località Isca delle donne (Ponte Sabato); a Luigi Chiumiento un territorio all'Isca della Piana; a G. Follano un territorio di 6 tomoli nella località Scavaioli; a Valentino Capone e Carlo Cavallone (famiglia estinta) un territorio di 74 tomoli alle Chianchere; a Leonardo Alfieri (1719), in Serra, un territorio di 73 tomoli alle Chianchere; ad Angela e Ippolita Bavaro 19 tomoli di terreno in località Scavaioli; ai fratelli lennaco il molino di Pratola; a F. Rotondi la Vetreria di Pratola, ecc.

Da un piccolo catasto del 1728-29-32 veniamo a conoscenza dei beni che possedeva l'Università del Castello di Serra; infatti il sindaco, Valentino Capone, e l'eletto G. Follano dichiarano che l'Università possiede la bottega della "pizzicarla", la bottega della "chianca", il diritto di riscuotere un carlino a famiglia, un territorio al Chiaio, affittato a C. del Giudice, un territorio alla località Comune, affittato a D. e fratelli Dato, un territorio nella stessa località affittato a M.A. Barone, un territorio affittato a C. Santoro al Piano di Pratola, un territorio a Ciriaco Giordano al Boschetto di Serra, un territorio a D. Nigro alla località Comune, un territorio a Natale Picardo pure alla località Comune, un territorio a D. Musto, un territorio a R. Monasca, un territorio a M. Pepe alle Selvetelle di Serra, un territorio ad A. Vetrano, pure alle Selvetelle, un territorio alla Teglia ad O. Bavaro, un territorio all'Ululo a Mattia Capone, un territorio a G.A. Pece, un territorio a G. Aloia al Chiaio ecc.

L'Università del Castello di Serra con il suo casale di Pratola, in base al suddetto catasto, possedeva beni in terreni, case ed altro pari ad un'entrata annua di circa 60 ducati.

Le entrate per censi e fitti del principe di Montemiletto nella Baronia di Serra (esclusa Manocalzati), ossia nell'Università di Castel di Serra e casale di Pratola, sono di circa 3200 ducati annui. Le entrate per censi e fitti del Sacro Patrimonio, delle cappelle e delle congreghe locali sono di circa 164 ducati annui. Chiese, cappelle, oratori, congreghe, seminar! di altre località possedevano nel Comune di Serra beni dati a censo o in fitto pari ad un'entrata di circa 469 ducati annui. I beni posseduti dalla Camera baronale di Montefalcione nel Comune di Castel di Serra per censi e fìtti danno una entrata annua di circa 260 ducati.

I beni del clero, delle congreghe e del Sacro Patrimonio nell'Università del Castello di Serra, dal catasto del 1764, sono i seguenti:

— R.do Francesco Rotondo, sacerdote, possiede a titolo di Sacro Patrimonio beni in fitto e censo che danno un gettito annuo di 60 ducati circa.

— Il sacerdote Giacomo de Matteis, della stessa Università del Castello di Serra, possiede a titolo di Sacro Patrimonio dei beni in terreni e case che danno un'entrata di 10 ducati circa.

— Giuseppe Altiero, economo della Cappella del SS. Rosario di Serra, rivela di possedere beni a nome di detta Cappella per un'entrata di 14 ducati circa.

— Giuseppe Alfiere riscuote numerosissimi cenai redimibili della Cappella del SS. Rosario del Castello di Serra, del valore complessivo di 76 ducati circa.

— Melchiorre Petrillo, economo aggiunto della Venerabile Congrega del SS. Rosario del Castello di Serra, rivela di esigere, a nome di detta Congrega, 4 ducati circa.

I beni ecclesiastici posseduti dal clero e dalle congreghe locali danno un'entrata annua di circa 154

ducati.

A questi bisogna aggiungere i beni che il clero e le congreghe dei Comuni vicini possedevano nell'Università di Serra:

— D. Generoso Guerriero, di Salza, possiede a titolo di Sacro Patrimonio beni che danno un'entrata di 25 ducati circa.

— L'ab. Pasquale de Matteis possiede il beneficiato sotto il titolo di S. Lorenzo Martire di Manocalzati,

consistente in beni che danno un'entrata di 32 ducati circa.

— Giuseppe Dato, sindaco del Castello di Serra, in assenza della Reverenda Collegiata di Manocalzati, rivela che questa ha beni per un'entrata di 0,5 ducati.

— Padre Giacomantonio de Matteis, beneficiario di S. Nicola di Manocalzati, riscuote beni per entrate di 3,5 ducati.

— Don Francesco Picene, beneficiario di S. Maria dell'Assunta di Manocalzati, riscuote per beni 0,5 ducati.

— Don Leonardo Duardo, sacerdote secolare di Manocalzati, beneficiario sotto il titolo di S. Maria di Loreto nella Collegiata della Chiesa di S. Maria di Manocalzati, possiede beni a titolo di Sacro Patrimonio per 14 ducati circa.

— Don Nicola de Mauro di S. Barbato, procuratore della Cappella del SS. Rosario di Manocalzati, rivela un'entrata di 10 ducati per i beni che possiede.

— Il Venerabile Monastero di S. Maria de Loreto di Montefalcione possiede beni per un'entrata di 3,5 ducati circa.

— Alessandro Catalano, per la Cappella del Corpo di Cristo di Montefalcione, possiede beni per

un'entrata di 14 ducati.

— Tommaso de Rosa, economo della Cappella di S. Giacomo di Prata, possiede beni per un'entrata di 2 ducati circa.

— Nicola Capozzo, governatore dell'Oratorio dei Morti della Terra di Prata, riscuote da Domenico Acone, per beni che possiede a censo, 1 ducato circa.

— D. Ciriaco Lauri, procuratore del Reverendo Clero della Terra di Prata, riscuote 4 ducati per beni dati a censo in Castel di Serra.

— D. Musto e A. Fasulo, economi della Venerabile Cappella del SS. Rosario di Prata, riscuotono 0,5 ducati.

— D. Michele de Cristofaro, arciprete del Castello di Serra, riscuote a nome della Mensa Arcipretale, per beni in case e terreni dati a censo e a fitto a molti abitanti del Castello di Serra, circa 300 ducati annui.

— D. Marco Falcetta, arciprete di S. Barbato, per censi e affitti, riscuote circa 33 ducati.

— La Venerabile Chiesa Arcipretale di Montefalcione, e per essa l'arciprete D. Scipione Baldassarre, riscuote per censi 4 ducati.

— Giuseppe Dato, sindaco del Castello di Serra, in mancanza del Sacro Seminario di Avelline, rivela per esso beni che danno un introito annuo di 12 ducati.

— Giuseppe Dato, sindaco del Castello di Serra, a nome della Camera baronale di Montefalcione, rivela che questa ha un'entrata, per beni che possiede nel Comune di Serra, di 260 ducati circa.

I dati relativi ai beni posseduti dall'Università del Castello di Serra e casale di Pratola sono stati ricavati da un piccolo catasto redatto nel 1728-29-32, periodo in cui il Regno di Napoli era sotto l'influenza austriaca. La ricostruzione dei beni posseduti dal principe di Montemiletto è stata effettuata sulla base di un bilancio del 1744, mentre quella dei beni del clero, delle cappelle, delle congreghe, del Sacro Patrimonio e del Seminario, sia locali che dei Comuni vicini, è stata desunta da un catasto del 1754. Infine, dallo stesso catasto del 1754, sono stati rilevati anche i beni che i feudatari vicini possedevano nell'Università del Castello di Serra.

La ricostruzione di questi dati è stata fatta attraverso diverse fonti storiche e diversi periodi, anche se molto vicini fra loro, perché il catasto dell’Università del Castello di Serra, conservato negli archivi, sfortunatamente è incompleto, per cui le cifre qui fornite sono solo approssimative ed orientative della distribuzione della proprietà, la quale in massima parte era accentrata nelle mani del feudatario, in minima parte nelle mani del clero locale e "forestiero" e in parte irrilevante nelle mani del Comune. I cittadini possedevano in proprio quote trascurabili di beni, dell'ordine di qualche "misura" di terreno e qualche stanza, non soggetti a censo o fitto. Tutte le famiglie erano censuarie o fittavole dei beni del barone, del clero, del Comune e dei feudatari dei Comuni vicini. Si può affermare, quindi, che a metà Settecento il 75% dei beni dell'Università del Castello di Serra era accentrato nelle mani del feudatario, il 12% nelle mani del clero dei Comuni vicini, il 7% nelle mani dei feudatari "forestieri", il 4,5% nelle mani del clero locale e 1'1,5% nelle mani del Comune.

In questo periodo le popolazioni della zona furono colpite e gravemente provate da più di una calamità; in particolare fece sentire i suoi tristi effetti una micidiale carestia provocata da una persistente siccità; si sa, a tal proposito, che furono effettuate varie processioni per intercedere presso Dio, affinchè mandasse la sospirata pioggia. Alla carestia tenne dietro la peste, per cui lo stillicidio di vittime si prolungò per cinque anni. Infatti, nel 1760 nell'Università di Serra e casale di Pratola il numero di morti fu di 70, di cui 31 bambini; nel 1761 fu di 33, di cui 12 bambini; nel 1762 fu di 73, di cui 42 bambini (20 a Pratola); nel 1763 fu di 34, di cui 10 bambini; nel 1764 fu di 60, di cui 23 bambini.

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Ultimo aggiornamento: 30-03-08

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