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il viceregno

 

 

        V I D E O

 

 

 

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Gli Spagnoli, avuti rinforzi dalla madrepatria, sconfissero i Francesi e li cacciarono dal Regno di Napoli, il cui possesso fu aggiudicato alla Spagna con il trattato di pace del 1506. Il re Ferdinando, con diploma del 30 maggio 1507, concesse la Baronia di Serra con i suoi casali a Berardino Poderico, patrizio della città di Napoli, ed al nipote di lui Paolo Antonio Poderico. In ultimo, il re di Spagna stabilì che, morendo Berardino senza eredi, gli succedesse nella Baronia, oltre al nipote Paolo Antonio, anche il fratello Giovanni Maria, arcivescovo di Nazaret e cappellano maggiore del Regno di Napoli.

Negli anni precedenti la guerra tra Spagna e Francia (1527-1528) gli abitanti dell'Università di Serra e del casale di Pratola erano circa 200, pari a 35 famiglie; ma appena tré anni dopo il numero delle famiglie risultava dimezzato a causa della guerra e della peste.

Intorno a Paolo Antonio Poderico abbiamo, tra gli altri documenti, un assenso regio del 1537 a nome di Carlo V imperatore e del viceré di Napoli don Pietro de Toledo. Si tratta di un'autorizzazione a vendere tré molini e due taverne nel suo feudo di Castello di Serra e nel casale di Pratola.

La situazione dell'Università di Serra, per quanto attiene al pagamento dei fiscali, peggiorava, in quanto l'Università non poteva pagare molte somme arretrate a causa delle misere condizioni economiche in cui versava. Addirittura, nel 1538 fu ordinata una inchiesta su Serra, inviata alla Corte della Sommaria. Le cose non mutarono fino al 1543, come si evince da un esposto redatto da Paolo Antonio Poderico, signore del Castello di Serra, il quale fece presente che l'Università non poteva pagare i 60 ducati di fiscali arretrati alla Reale Corte. A questi problemi si aggiungevano le continue liti dell'Università di Serra, con le Università confinanti, come S. Paolina, Castelmozzo e Prata, per il pagamento dei fiscali e di vari diritti. Particolarmente, tra l'Università di Serra e quella di Prata vi era una pendenza, che si trascinava già da tempo, per il diritto reciproco di legnare nei boschi pubblici di Serra e del casale di Pratola. Il colpo di grazia Serra, che ancora non si era riavuta dalle distruzioni passate, l'ebbe quando, nel 1558, "restò deserta perché le povere genti che l'abitavano lasciarono i loro tetti a cagione degli alloggi dei soldati di Carlo V che andavano in Puglia". Paolo Antonio Poderico, barone di Serra e nonno di Antonio, divenuto barone di Montefalcione, il 22 marzo 1573 era ancora in vita. Un atto scritto su pergamena dice infatti che, nella pubblica piazza, dove la popolazione del Castello di Serra era solita adunarsi in assemblea, presenti il sindaco e tanti altri abitanti, il barone Paolo Antonio dona alla Chiesa di S. Stefano, chiesa madre di detto Castello, una croce d'argento.

Da questi non pochi documenti riportati possiamo farci un'idea abbastanza chiara del territorio che costituiva l'Università di Serra. Innanzitutto l'Università comprendeva, oltre Serra e il suo territorio, anche una consistente parte del casale di Pratola, cioè un territorio compreso tra le coste denominate "Surti" e il fiume Sabato, fino alle località delle Saudelle (Pratola) e delle Scoppole. Lo spazio tra l'Università di Serra e l'Università di Montefalcione era coperto dai boschi detti "della Cordogneta", di uso pubblico; questi boschi furono in parte inglobati dall'Università di Montefalcione e in parte privatizzati dai baroni Poderico e concessi a censo a diversi abitanti di Serra, Montefalcione e Prata.

La Baronia di Serra e i suoi feudi di Manocalzati, Salza e Pratola nel 1586 furono ereditati da Paolo II Poderico, il quale rinnovò le liti col barone Gargano di Prata per i confini del territorio feudale e per i molini di Serra (in località Pratola); i contrasti si conclusero con una precaria composizione nel 1591.

Paolo Poderico, per far fronte ai debiti di famiglia, cominciò a smembrare la Baronia di Serra vendendo nel 1592 il feudo di Salza alla marchesa di Chiusano per 12.600 ducati. Alcuni anni dopo, nel 1601, per istanza di nuovi creditori del barone Poderico, la Baronia di Serra fu posta all'incanto con i feudi di Manocalzati e Pratola, nonché il Marchesato di Montefalcione. Marcantonio Capano, in nome e con denaro del conte Giovan Battista Tocco, acquistò tutti questi feudi.

L'anno successivo il viceré di Napoli Francesco de Castro ordinò ai regi commissari che i vassalli della Baronia di Serra e Montefalcione prestassero l'assicurazione feudale al Capano. Quest'ultimo aveva comprato dal viceré conte di Lemos, sempre per conto dei Tocco, il banco della giustizia delle cause civili, miste e criminali della Baronia di Serra e Montefalcione.

Il conte Tocco, divenuto principe di Montemiletto, donò nel 1614 al nipote Carlo de Tocco, in occasione del matrimonio con Ippolita Caracciolo, la Baronia di Serra e Montefaleione, Montemiletto ed altri feudi, insieme al titolo di principe, ma riservandosi i frutti di questi feudi vita natural durante. I Tocco avevano ereditato dai precedenti feudatari della Baronia di Serra vari diritti, tra i quali l'adiutorio; infatti nel 1629 e poi nel 1635 per il matrimonio di due sorelle del principe si impone agli abitanti dell'Università del Castello di Serra, del casale di Pratola e di altri feudi soggetti ai Tocco di pagare l'adiutorio di cinque carlini a fuoco. I nuovi signori della Baronia di Serra e del suo casale di Pratola fecero un nuovo inventario dei beni che possedevano in questo feudo per riaffermare i loro diritti feudali e di proprietà. I Tocco riaffermarono nella prima metà del 1600 alcuni diritti feudali che i precedenti signori del Castello di Serra avevano già nel 1400-1500: infatti essi potevano eleggere l'erario baronale, scegliere il sindaco e gli eletti dell'Università, eleggere il camerlengo, riscuotere un carlino a fuoco all'anno, riscuotere un uovo a fuoco all'anno, esercitare in esclusivo la taverna, presentare il prete nella chiesa, nominare il capitano preposto alla giustizia locale, riscuotere una gallina a Natale e una a Pasqua da ogni fuoco, tenere il forno e panificare, ecc.

Attraverso la documentazione relativa a concessioni di beni a censo e in fitto, nel 1600 si riesce a ricostruire la maggior parte della proprietà e dei nomi dei censuari e dei fittavoli locali e non; ma ben poco si riesce a rintracciare intorno ai beni ecclesiastici e comunali, che pure erano notevoli in questo periodo, per poter stabilire un rapporto con i beni feudali.

In quegli anni dei beni a censo avevano D. Curcio, del Castello di Serra, in località Mai, Tremolizzo e Castagno, per 20 ducati, e A. Scalcia, di Serra, in località S. lorio (oggi comunemente detta Posto); Generosa Minutolo aveva terreni a censo in località S. lorio; a Gentile de la Bella di Monteforte è affittata la Taverna Grande sita in Pratola, territorio di Serra, per 50 ducati all'anno; Leonardo de Aufiero e Bernardino de Aufiero, arcipresbitero del Castello di Serra, possiedono beni; a Geronimo Lombardo e Vittoria Sellitto è affittata la Vetreria di Pratola, della Curia feudale del Castello di Serra; F. de Pascarello ha dei beni a censo in Serra e paga 15 carlini annui; Pompilia, vedova di Agostino Izzi, dona dei beni alla Chiesa di Serra per mano dell'arciprete O. Bavaro; Vito Chiumiento ha beni a censo in località Faia; Camilla Scalcia, moglie di D. Nigro, del Castello di Serra, dona dei beni alla Chiesa; Giovanna della Bella, vedova di M.A. Ruberto, ha dei beni a censo in località S. Felice (oggi comunemente detta Nocione); a Ruggiero Petito e Decio Duardo è affittata la Taverna delle Noci (detta anche Taverna del Serritiello) nel territorio di Serra, nel luogo detto "la Pratola"; Sapia Bavaro, vedova di Modestino Spagnuolo, prende dei beni a censo dalla Chiesa di S. Audeno per 30 ducati; i fratelli Santaniello prendono in affitto nel 1637 i molini di Serra in Pratola; la "Cretera" (fabbrica di vasi) è affittata nel 1601 a Maestro Andrea di Montefuscoli per 18 ducati l'anno; la Molara (cava di pietre per fare mole di mulini), con gli attrezzi, è affittata nel 1601 a Giordano Gaita per 20 ducati all'anno; la Polveriera non è affittata (1601) in quanto non è in ordine; la Ferreria è affittata (1601) a Giovanni Ciamillo per 14 ducati; la bottega delle scarpe è affittata a Maestro Lattanzio (1601) per 16 ducati; la Ramiera, in località Pratola, del Castello di Serra, non è affittata (1601) perché in riparazione; la "Cartera" (cartiera) non è affittata perché in costruzione; il forno di Serra, con il diritto proibitivo, è affittato (1601) per 20 ducati a G.D. de Consalvo; il forno di Pratola, col diritto proibitivo e con due botteghe (Comune di Serra) è affittato a Pomponio Carpentieri per 140 ducati; la giurisdizione delle prime e seconde cause del feudo di Castel di Serra (e casale di Pratola) e Manocalzati è data ad Eliseo Danza di Montefusco; la portolania (preposta alla manutenzione delle strade e al rilascio di licenze di costruzione di edifici) dal 1592 non viene più data in affitto ai privati, in quanto ceduta all'Università di Serra; le macchie del molino di Serra (località Pratola) sono affittate per 33 ducati; la località Saudelle (in località Pratola nel Comune di Serra) è affittata a Colantonio Capozzi (1602) per 53 ducati; la metà della località "li Scavaioli" è affittata nel 1602 a N. Capone per 38 tomoli di grano; le Chianchere della Selva Bruna sono affittate a P. Martone per 46 ducati e, nel 1601, a G.D. Serra per 110 ducati; la Taverna Grande di Serra, nel casale di Pratola, è affittata a Luca Barile per 240 ducati; la Taverna della Noce (Serritiello) di Serra è affittata (1640) a P. Pascarello per 180 ducati; la Taverna della Piana di Serra è affittata a Domenico Serra nel 1601 e a M. Giordano nel 1659; la Bagliva e la Mastrodattia di Serra (e casale di Pratola) e Manocalzati sono affittate a G. Picone per ducati 125, ecc.

Il principe Carlo Tocco, barone di Serra, nel 1656, dichiarando alla Curia collaterale che per i suoi feudi è venuto l'ordine di procedere ad atti coercitivi per il pagamento dei fiscali correnti ed arretrati, fa osservare che in queste terre, più che nelle altre, la peste ha fatto e fa attualmente strage così grande che sono rimaste quasi disabitate; tuttavia la Curia impone alla Reale Udienza di Montefusco che "vada esigendo con piacevolezza".

La popolazione dell'Università di Serra, col suo casale di Pratola, prima della peste aveva una popolazione di circa 200 abitanti, pari a 38 famiglie; ma qualche tempo dopo, col nuovo censimento, le famiglie o fuochi erano scese a 26, con la completa estinzione di 12 famiglie, pari a circa 60 persone. Negli altri feudi dei Tocco, come Montefalcione (che comprendeva anche una parte del casale di Pratola), le famiglie, prima della peste, erano 209, mentre appena dopo erano scese a 50. Il principe Carlo Tocco, signore della Baronia di Serra, morì nel 1674 senza eredi diretti, per cui i feudi furono ereditati dal nipote Antonio, al quale successe nel 1678 Carlo Antonio. La madre di quest'ultimo, in qualità di tutrice, pagò la tassa di successione nei feudi della Baronia di Serra e Manocalzati, Montefalcione, ecc.

Intorno al 1700 l'Università di Serra comincia a riprendersi; infatti in quegli anni (1699) il sindaco Sabato Magliaro convoca un parlamento (cioè tutti i eapifamiglia) e alla presenza del rappresentante del barone, D. Caprariello, concede a censo diversi beni comunali, tra i quali un territorio in località Tremolizzo, otto pezzi di territorio in località "lo Comune", una selva in località Nocelleto, due selve in località Chiaio, una casa in località Teglia ed un orto in località S. Stefano.

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Ultimo aggiornamento: 30-03-08

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