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La pietra di Torella  

'Te   pòzzano accire come a Torella!

 Un episodio delittuoso, di cui molto si parlò nel tempo, si verificò a Pratola, protagonisti marito, moglie e l’amante della moglie che era un prete. Lei, Torélla, il cui nome riporta a un insolito diminutivo femminile di Tore (Salvatore), potrebbe essere stata così chiamata dal suo cognome, Latorella, esistente anche se non diffuso in paese. L’amante, don Gaetano Piscopo, che con la sua eloquenza sapeva conquistare non solo “gli arenghi dei fedeli nelle feste maggiori”, ma anche le donne che se ne innamoravano, fu sorpreso in casa di Torèlla dal marito che, uscito prestissimo una domenica mattina per andare a una fiera, era rientrato, preavvertito del furtivo incontro del prete con la moglie da una comare delusa. E alla moglie, che “gli si parò davanti, a scudo dell’amante, ... lui le recise la gola”. Don Gaetano riuscì a scappare dalla casa attraverso il camino e protetto dai suoi sei fratelli che, anch’essi “avvisati in tempo misteriosamente del fatto,... calarono sul sentiero di guerra con ribotti, scoppette e revolveri... In quell’alba domenicale, lacerata da spari e tinta di rosso, nel paese bruscamente trasformato in campo di battaglia, furono celermente tolte le tende del mercato e furono il deserto e il lutto ad accamparsi in piazza”.

Ma del fatto esistono altre versioni, dovute evidentemente alla mancanza di testimoni obiettivamente informati. Alcuni, e sono alcuni nipoti di don Gaetano che raccontano, sostengono che ad ammazzare Torélla non fu il marito, che era in America, ma alcuni fratelli di lui, che vollero così vendicare l’onore della famiglia. Il sacerdote, infatti, era uso frequentare quella casa proprio con la scusa di scrivere per la moglie analfabeta le lettere al marito lontano. I nipoti del prete affermano che ad uccidere la donna fu proprio don Gaetano il quale, scoperto nel focolare dove tentò di nascondersi, ne uscì irruentemente e, nel buio della stanza, con un rasoio che aveva con sé, si mise a vibrare alla cieca violenti colpi a dritta e a manca, uno dei quali colpì mortalmente la donna alla gola. Tutte le versioni concordano sul nascondimento del prete nella focagna e sulla sua rovinosa caduta nella strada quando, fuggendo dalla casa, inciampò nella tonaca. E tutti concordemente raccontano che la sventurata Torélla, con la testa penzoloni, riuscì a trascinarsi fuori dalla sua abitazione di Largo Piano per andare ad abbattersi, in un’orribile pozza di sangue, sulla grande pietra a forma di conchiglia che allora fungeva da fontana, sotto il lampione della piazza. Nei giorni seguenti e per qualche tempo, fu visto nelle ore notturne un grosso gatto nero trattenersi su quella pietra che, dopo tanti anni in cui è rimasta abbandonata in un angolo all’inizio del Piano, è stata ultimamente riportata davanti alla fontana, per essere utilizzata come fioriera.

Ancora oggi vige in paese il   detto:   ”Te   pòzzano accire come a Torella!

 

Puozzi passà pe’ a Pratola!

Proprio per il passaggio e la sosta nelle taverne di Pratola dei tanti prigionieri e criminali avviati verso il famigerato carcere di Montefusco, il nostro paese acquistò in quegli anni cattiva fama, tal che si diffuse il detto-anatèma: Puozzi passà pe’ a Pratola! (che tu possa passare per Pratola!), che stava a significare che era pericoloso passare per il paese, soprattutto di notte, considerato che talvolta vi si verificava qualche episodio di comune delinquenza. Quell’espressione, ancora oggi, è ricordata e ripetuta in Avellino e nei paesi circostanti non più come bestemmia, ma solo come un riferimento scherzoso a una storia antica del paese. Il vero significato del detto, infatti, era altro: quelle parole Puozzi passà pe’ a Pratola! erano un cattivo au­gurio che si rivolgeva alle persone, perchè Pratola, con le sue taverne di sosta situate ai piedi dell’impervia salita per Montefusco, costituiva l'ultima tappa, l'ultima stazione di fermata delle diligenze reali che da Napoli trasportavano i prigionieri al terribile carcere borbonico. Durante le soste era sempre possibile per i condannati tentare qualche fuga, ma passata la notte e attraversato il centro di Pratola, l’ultimo percorso in salita, sorvegliatissimo dai gendarmi borbonici, non concedeva più alcuna  speranza di libertà e di salvezza.

 

‘A domanda ‘e fidanzamento

QUANNO FACEVANO  AMORE, PRIMO, SE METTEVA NU CIPPONE ‘NANZI A CASA. CHI SE VOLEVA ‘NZORA’ CA FIGLIA RO’ PADRONE NOCCHIVA U CIPPONE.

A MATINA, O PADRE VERENNO U CIPPONE RICEVA:“ CHI A ‘NCEPPONATA A FIGLIA MEA”

“  L’ AGGIA  ‘NCEPPONATA EA” RISPONNEVA O GIOVANE

“E’ STATA ‘NCEPPATA MALE” 

RICEVA O’ PADRE SE NON ERA CONTENTO  RO PRETENDENTE OPPURO “ECCOLA QUA’ CHI TE LA ‘NNEA “ SI O GIOVANE ERA APPOSTO.

 

Filastrocca del maestro Giannini

GENNAIO METTE AI MONTI LA PARRUCCA.

FEBBRAIO GRANDI E PICCOLI IMBACUCCA

MARZO LIBERA IL SOLE DALLE PRIGIONI

APRILE I LIETI FIORI PER LE VIE

MAGGIO VIVE TRA MUSICA E  UCCELLI

GIUGNO AMA I FRUTTI APPESI AI RAMOSCELLI

LUGLIO  FA MIETERE AL SOL LEONE

AGOSTO ARRIVA IL SANTO RE DI PANE

SETTEMBRE I DOLCI GRAPPOLI SI APRONO

OTTOBRE SI VENDEMMIA E SI RIEMPIE LA VIGNA

NOVEMBRE AMMUCCHIA LE FOGLIE A TERRA

DICEMBRE AMMAZZA L’ANNO E LO SOTTERRA

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       TENGO NO VOVE SE CHIAMA ROSIELLO

                CONOSCE L’ORA E  SCAPOLA’

     QUANNO SE METTE ‘NCOPPA LO POSTIELLO

     ‘MPONTA ROSIELLO E NON VO’ CAMMINA’

                                                             (zio antonio pisano)

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QUANNO TATA ACCIRE U’ PUORCO

TUTTA ALLERA A FAMIGLIA

QUANNO TATA VA’ CARCERATO

SE FOTTE U’ PUORCO E I SEI RUCATI.

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Ultimo aggiornamento: 30-03-08

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